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Alice nel paese delle meraviglie

Di Uni Padova (del  24/06/2006  @ 10:43:49, in Cultura, linkato 11016 volte)

Lungo il fiume, esterno giorno: annoiata e assonnata nell’assolato pomeriggio , Alice proprio non sa come farsela passare non fosse che, vedendo un coniglio bianco correrle accanto e borbottare qualcosa tra sé, decide di seguirlo e d’infilarsi lesta nella sua tana, proprio così, con la stessa naturalezza con cui si opta per un gelato vedendone passare il carretto per caso. E’ da codesti frangenti che prende inizio la celeberrima opera di Lewis Carrol (AL SECOLO Charles Lutwidge Dogson, 1832-1898) “Alice nel paese delle meraviglie”, racconto scritto per deliziare e in onore di Alice Liddel, una delle fanciulle in tenera età di cui lo scrittore amava la compagnia.
In quella tana di coniglio Alice troverà davvero di tutto un po’, tra personaggi buffi e curiosissimi dalla favella speciale e, a tratti, davvero poco comprensibile, e situazioni invero imbarazzanti e singolari, come l’ingrandire e il restringersi in poco tempo e a ritmo tale che nemmeno una fisarmonica, o invereconde partite a croquet in mezzo a mazze semoventi e regine con la fissa della decapitazione. In tutto questo mutar d’eventi una sola cosa rimane sempre stabile e uguale a se stessa: la “divina indifferenza” di Alice la quale mostra, davanti a cose tanto strabilianti, uno sconvolgimento che chiunque direbbe davvero insufficiente e indegno e che si palesa qua e là con commenti del tipo “Cose dell’altro mondo” o “Sempre più curiosissimo”, insomma, espressioni che noi riserviamo a una porta aperta che ci pareva d’aver sentito chiudersi o alle chiavi di casa che, lasciate convintamene nella borsa, ricompaiono sul tavolo del tinello. In realtà quest’espediente permette al lettore d’identificarsi in Alice e nella sua puerile innocenza (si fa per dire), facendo sì ch’egli consideri non più che insolito un gatto che appare e scompare a piacimento (e sogghignando, per giunta!).
Il racconto prosegue tra frizzi e lazzi fino al finale che, ohibò!, rivela la natura onirica di tutto l’ambaradan che s’è dispiegato nelle precedenti novanta pagine: Alice non ha che sognato! Qui Carrol cambia totalmente registro e conclude con un ampio discorso, di gusto più decadente che romantico, sulla bellezza dell’età infantile, coi suoi sogni e i suoi magnifici pensieri, augurandosi che la piccola protagonista porti seco sempre “il cuore semplice e amoroso dell’infanzia”. Sarebbe pretenzioso tentare di montare sulle spalle di Carrol, ma mi sia consentito riflettere su come quello che per tutto il libro era sembrato un inno alla Fantasia assoluta venga nel finale imbrigliato nella dicotomia immaginazione-realtà, uscendone svalutato. Per fare un confronto con un’opera per ragazzi quasi coeva, si può prendere il finale di “Pinocchio”: lì la maturazione del protagonista (ovvero il passaggio da burattino a bimbo vero, passaggio che simboleggia la crescita come fa, anche se in modo meno palese, il destarsi dal sogno di Alice) non implica un mutarsi del mondo di riferimento: vale a dire che è immaginabile che Pinocchio, graduato dell’esercito regio, rincontri durante la ritirata di Caporetto il Gatto e la Volpe, intenti a saccheggiare i villaggi del basso Friuli; molto meno probabile è che Alice, splendida cinquantenne, s’intrattenga in chiacchiere con la regina di Cuori, venuta per le esequie della regina Vittoria, sua omologa.
La traduzione di Aldo Busi, questione su cui par doveroso fermarsi , si può analizzare sotto tre aspetti.
Una prima osservazione da fare è che, per l’intera durata del racconto, il traduttore dà fondo al ricchissimo patrimonio di espressioni idiomatiche che la lingua italiana gli fornisce, superando di gran lunga l’uso che Carrol ne fa nel testo originale. Questo rende sicuramente più gustosa la lettura (dire che il coniglio “le passò accanto correndo a tutta birra” par più bello rispetto a “(he) ran close by her”, così come “Ah! Questo è garantito al limone” dà un effetto diverso rispetto al semplice “You’re sure to do that”) ma non sappiamo se renda migliore la traduzione (della questione parla Eco nel suo Dire quasi la stessa cosa (Bompiani, 2003) che scrive: “Una traduzione che arriva a “dire di più” potrà essere un’opera eccellente in se stessa, ma non è una buona traduzione”).
Si consideri, inoltre, che simili episodi spesso trascendono grandemente l’aspetto formale e, non di rado, influenzano in maniera notevolissima e arbitraria l’aspetto semantico. Si pensi all’episodio in cui il gatto chiede ad Alice che fine abbia fatto il bebé che ella aveva sottratto alle grinfie della duchessa: alla risposta di alice “S’è trasformato in un porco” Busi fa dire al gatto “Tipico dei maschi!”, traduzione non proprio letterale di “I thought it would”: ciò permette di far riferimento al rapporto di Carrol coi fanciulli, il quale era tutt’altro rispetto a quello ch’egli aveva con le fanciulle. Una simile operazione mi pare totalmente arbitraria, considerato anche che l’infante mai è connotato sessualmente (e tantomeno il lattonzolo!).
D’altra parte non si può non rilevare l’abilità con cui il traduttore riesce a rende in italiano i giochi di parole che abbondano per tutto il testo. Valga l’esempio dell’insegnante che gli alunni chiamano Tortoise perché “he taught us” che in italiano diventa “Testuggine perché a forza di test ci fa venire la ruggine”.
Ad ogni modo il libro di Carrol rimane un’opera fondamentale non solo per i ragazzi ma, anche e soprattutto, per gli adulti per i quali questo libro è, per citare lo stesso Busi, “il loro hulla hoop che accerchia l’emozione dell’infanzia, la quale, come per quasi tutte le cose, la si possiede appieno quando è definitivamente perduta e diventa una vera esperienza quando si finisce per cominciare a immaginarsela.”

“Alice nel paese delle meraviglie”, Lewis Carrol, Traduzione di Aldo Busi, Feltrinelli, 2006

Manuel Selmin

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