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Cinque anni fa moriva Indro Montanelli: un giornalista, un testimone, un uomo.
Il 22 Luglio di cinque anni fa, e precisamente alle 17:30, moriva una capitolo immenso del giornalismo italiano, Indro Montanelli, sempre burbero e controcorrente, rappresentava uno dei pochi veri conservatori sulla scena nazionale, campione di una destra liberale che lui identificava con la destra storica dell’Italia di fine ottocento, ma che con ogni probabilità non era mai esistita.
Montanelli era nato a Fucecchio, in provincia di Firenze, nel 1909. Figlio di un preside di liceo, si laureò in legge, anche se suo padre l’avrebbe voluto ingegnere, con un’ardita tesi sulla riforma elettorale fascista del ’24. Trasferitosi in seguito a Grenoble per approfondire gli studi, ne ricavò un’esperienza importante: “A Grenoble nessuno degli insegnanti di cui seguii i corsi era un luminare della sua scienza. Ma quella che quotidianamente mi ammannivano era cristallina e resa appassionante da ogni sorta di seduzioni. Con molti di loro ebbi rapporti extrascolastici: incontri al caffè, passeggiate, persino litigi. E questo compì il miracolo di trarmi fuori dal bozzolo della timidezza in cui mi ero rinchiuso”1.
Tornato in patria si diede a quella che era da sempre la sua vera vocazione: il giornalismo. Debutta al Selvaggio di Maccari e all’Universale di Ricci. Ben presto allarga i suoi orizzonti e a metà degli anni trenta bazzica i bassifondi parigini (che rievocherà sempre con infinita nostalgia) come cronista di nera del Paris Soir, collaborazione che non interromperà nemmeno quando verrà chiamato a New York per lavorare alla United Press. Il soggiorno americano è una folgorazione: “M’iscrissi a un corso serale di giornalismo. Gli articoli venivano giudicati non soltanto dai professori, ma anche da un uditorio di gente comune. Una volta, un tizio tra il pubblico mi mosse un’obiezione che mi parve infondata. “Lei non mi ha capito…” cominciai. L’altro diede un gran pugno sul tavolo e, paonazzo in volto, sbraitò: “Se io non ho capito, vuol dire che l’imbecille è lei!” Quel giorno io, che venivo dall’Italia tronfia e autoritaria, capii che mi ero imbattuto nella democrazia”2.
Partecipò con convinzione alla guerra d’Abissinia, un po’ per blasonare la sua generazione al cospetto di quella precedente che di blasoni ne aveva fin troppi (il Carso, l’Impresa di Fiume, la marcia su Roma), un po’ per dare terra e possibilità nuove ai contadini italiani in un tempo in cui l’emigrazione dal nostro Paese era di massa. L’esperienza fu deludente e fatale tanto da indurre Montanelli ad abbandonare la causa fascista: “Restituii la mia tessera (che allora si chiamava “tessera del pane” perché senza di essa non si mangiava), andai a cercarmi un lavoro all’estero, tornai in patria solo quando essa precipitò nella tragedia della guerra, e finii come era logico che finissi: in galera.”3 E fu così che andò effettivamente. Dopo un’esperienza di insegnante di letteratura italiana in Estonia, allo scoppio del conflitto mondiale tornò in Italia e venne mandato, come corrispondente di guerra del Corriere della Sera, un po’ ovunque (Germania, Polonia, Finlandia, Norvegia, Albania, Balcani). Dopo l’8 Settembre venne arrestato dai tedeschi per i suoi rapporti con la principessa Maria José di Savoia, notoria frequentatrice di ambienti antifascisti: condannato a morte, riuscì a evitare il cappio per circostanze complesse e fortunose.
Dopo la guerra si adoperò molto per la vittoria della DC alle elezioni del ’48, inaugurando il criterio di voto che giudicherà l’unico praticabile in Italia: quello del “turatevi il naso e votate il meno peggio”. A proposito di quelle elezioni scriverà in seguito: “E lì ebbe inizio il mio dramma, ch’è poi quello eterno del laico italiano: il quale, messo davanti al boia, vede comparire al suo fianco il prete che solo può salvarlo”4.
La sua attività giornalistica al Corriere durò fino al 1974. In questi trent’anni Montanelli ebbe modo di viaggiare moltissimo (Giappone, India, Sudamerica, Israele, Stati Uniti) e d’incontrare personaggi di prima importanza (da De Gaulle a Churchill, da Franco a Salazar). Convintamene anticomunista e filoatlantico, rappresentò in quegli anni una voce sempre e comunque critica, spesso controcorrente (anche quando la corrente era la sua), testimone di fatti e avvenimenti spesso descritti per averli vissuti (era a Budapest durante la rivoluzione del ’56 e fu uno dei pochi a interpretarla, giustamente, come una rivolta dei giovani comunisti per un comunismo più giusto e non, come per ragioni opposte amavano sostenere DC e PCI, la reazione capitalistico-liberale al regime). Durante il ’68, pur comprendendo le istanze di cambiamento degli studenti, si schierò decisamente contro la struttura conformista del movimento studentesco e, ancor più decisamente, contro i metodi utilizzati. A proposito del 27 politico scrive: “la svalutazione del titolo di studio era la fregatura più grossa che si potesse dare alle classi lavoratrici: perché i figli dei miliardari che si sgolavano alle manifestazioni, le lauree andavano a prendersele a Oxford e ad Havard, mentre chi non poteva permetterselo, restava con un pezzo di carta che non valeva più niente”5.
Estromesso da Corriere nel 1974 a causa di contrasti ideologici con la direzione (assoggettata anch’essa al conformismo di sinistra), fondò Il Giornale con l’ambizione di essere il punto di riferimento della borghesia italiana. Nel 1977 vive sulle sue carni gli anni di piombo: nel giungo di quell’anno viene gambizzato dalle Brigate Rosse ma ne esce fortunosamente con pochi danni.
A proposito scrisse molto tempo dopo: “Nel fondo che dettai a braccio dal letto della clinica, definii i miei gambizzatori dei “poveretti”. Per forza. I veri colpevoli non erano loro, ma quelli che gli avevano armato la mano. E non erano solo gli estremisti, gli ideologi della violenza. Erano soprattutto i finti democratici che per anni chiusero un occhio, se non tutti e due, sull’eversione e i doppiogiochisti che seminarono il disprezzo per le istituzioni. E che sono rimasti impuniti. Quello che m’era successo rispondeva a una logica creata da loro. Perché non mi si venga a dire che il Sessantotto non è stato il padre del terrorismo. Chi lo nega, lo fa soltanto perché ha vergogna del proprio passato. Certo, i Toni Negri possono difendersi dicendo che loro non hanno mai impugnato una pistola. Ma se non lo hanno fatto è solo perché non ne hanno avuto il coraggio. Il terrorismo è stato anche figlio loro. Come lo è stato del PCI, che prima ha infarcito di illusioni la testa di quei ragazzi e poi li ha piantati orfani, in mezzo a una strada”6.
Sempre nel ’77 Silvio Berlusconi diventa azionista di riferimento ed editore del giornale, con grande sollievo di Montanelli che tra bilanci e partite doppie si raccapezzava poco. Berlusconi si dimostra un ottimo editore: anche su questioni che lo riguardano personalmente (ad esempio i suoi rapporti con Craxi, spesso osteggiato dal Giornale, o sulla questione di Mani Pulite, il cui Pool Montanelli sempre sostenne) riesce a non interferire e a lasciare la giusta libertà alla testata.
L’idillio finisce nel 1994 coll’entrata di Berlusconi in politica, il quale a quel punto davvero non può rinunciare a servirsi in senso propagandistico di un organo autorevole come Il Giornale. Montanelli tenta in tutti i modi di salvare il salvabile: cerca finanziatori e spera di convincere Berlusconi a vendere la testata. Amara illusione, il futuro presidente del Consiglio si dimostra irremovibile. La situazione per Montanelli è chiara: “O rassegnarmi a diventare il megafono di Berlusconi, o andarmene. Me ne vado”7. E se ne va davvero: alla bella età di 85 anni lascia, con grande dolore, il giornale di cui era stato fondatore e che aveva diretto per vent’anni per lanciarsi in una nuova avventura, quella del nuovo quotidiano La voce. Un’avventura non fortunata: la testata è costretta a chiudere nel 1995, dopo poco più di un anno di vita, sia per una gestione poco accorta dal punto di vista economico, sia per la difficoltà di scavarsi una propria nicchia di lettori in un mercato editoriale sempre più competitivo. “Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio (quello vero, taciuto e praticato), il senso dello Stato, il rigoroso codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni, da Giolitti a Einaudi a De Gasperi: insomma, l’organo di una destra che oggi si sente oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori. Questa destra fedele a se stessa in Italia c’è. Ma è un’élite troppo esigua per nutrire un quotidiano”8.
Ormai prossimo ai novant’anni, Indro Montanelli torna da dov’era partito, al Corriere della Sera. Qui collabora come editorialista ma, soprattutto, cura nella sua “Stanza” il dialogo coi lettori, un dialogo che sempre aveva rivendicato come la colonna portante del suo mestiere. Gli ultimi anni sono dunque dedicati a cercare di evadere l’immensa quantità di lettere che i lettori gli inviano (fino a cinquantamila in un anno) parlando di storia d’Italia, storia che non di rado si interseca con la sua propria biografia, di giornalismo e di temi di attualità. Importante in quest’ultimo scorcio di esistenza è la sua lotta contro la destra berlusconiana, lotta che, al solito, lo fa traditore per una metà del paese e santo per l’altra. In realtà Montanelli mai sarà uomo di sinistra: il suo è un voto contro, non un voto pro. Nella sua concezione liberale, infatti, la destra berlusconiana era più dannosa per il liberalismo che la sinistra (di cui, peraltro, non aveva grossa stima):“ (…) l’Italia si trova di fronte alla solita eterna scelta: una Destra che regolarmente finisce per elevare a oggetto di culto il manganello, e una Sinistra con una vocazione al bordello. Ora, nella mia lunga vita, io ho già fatto esperienza di entrambe le cose. Da ragazzo, ho visto volteggiare molti manganelli, e ne conservo un ricordo ispirato al disgusto. Poi sono stato un buon frequentatore di bordelli, e ne conservo un ricordo ispirato al rimpianto. Ecco il motivo della mia attuale scelta”9. Fuor di metafora: “A me un ministero degli Interni – che comprende anche la direzione generale della Polizia, i servizi segreti eccetera – in mano all’ex comunista Napolitano non fa nessuna paura; se lo vedessi in mano a un Previti mi trasferirei a Lugano. E’ chiaro questo?”10.
Muore in un letto d’ospedale il 22 Luglio del 2001, proprio durante il G8 di Genova, che non avrà modo di commentare.
A cinque anni dalla morte, è doveroso ricordarlo per la sua figura di grande giornalista e grande uomo di principi e morale, al di là delle idee che possono essere condivisibili o meno e di cui, peraltro, egli stesso aveva un’opinione relativa:
“I principi restano e le idee invece cambiano con gli uomini cui vengono date in appalto. L’impegno della coerenza ho imparato a riservarlo soltanto ai valori fondamentali cui un uomo deve ispirare la propria condotta: il dovere dell’onestà, della sincerità, del coraggio, della responsabilità. Ma sul piano delle idee, sono state proprio l’onestà, la sincerità e il coraggio che mi hanno cotretto a cambiarle ogni volta che mi sono trovato di fronte all’evidenza del loro o del mio inganno”11
Manuel Selmin
Scritto appena ieri
Era questo, mi pare, il titolo della rubrica quotidiana che accompagnava ogni Stanza di Montanelli e nella quale veniva inserito un testo scritto un anno, un decennio, un secolo prima ma che ben s’adattava alla notizia o alla questione del giorno. In omaggio a Indro, che lo considerava un suo maestro, vi invito a leggere il Codice della vita italiana di Prezzolini, il quale, scritto nel 1921, può essere considerato un sunto di quella rubrica giacchè in esso sono contenute verità che sono valse negli scorsi cento anni e che, ahime!, par proprio varranno anche per i prossimi cento.
Ma forse pecco di poco ottimismo.
1 Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, Rizzoli, Milano, 2002
3 Indro Montanelli, La stanza di Montanelli, Corriere della Sera, 2 Dicembre 1999
4 Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, Rizzoli, Milano, 2002
7 Caro Indro…Caro Silvio…, Il Giornale, 11 Gennaio 1994
8 Indro Montanelli, Uno straniero in Italia, La Voce, 12 Aprile 1995
9 Indro Montanelli, La stanza di Montanelli, Corriere della Sera, 22 Marzo 2001
10 Indro Montanelli, La stanza di Montanelli, Corriere della Sera, 29 Maggio 1996
11 Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, Rizzoli, Milano, 2002
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